5 novembre 2012

La Compagnia dei Santi, cioè degli uomini veri: Shahbaz Bhatti

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Venerdì 2 novembre, alle ore 21.15, per l’incontro “La Compagnia dei Santi, cioè degli uomini veri”, abbiamo avuto il grande dono di ospitare il ministro pakistano per l’armonia nazionale Paul Bhatti, fratello di Shahbaz, morto per mano dei fondamentalisti islamici il 2 marzo 2011, trivellato da una trentina di colpi, considerato fin da subito martire della fede cristiana.
Il ministro ci ha condiviso della vita piena e luminosa del fratello e dell’attuale impegno politico che lo vede coinvolto nel dialogo interreligioso in una terra, il Pakistan, fortemente segnata dall’odio e dalla divisione religiosa. I cristiani vivono ad oggi situazioni di grande disagio, anche perché la maggioranza di essi fa parte dei ceti meno abbienti della società, per cui è costretta a subire inerme i soprusi dei musulmani, pagando, spesso con la propria vita, il fatto di credere in Gesù.
Proprio come è accaduto a Shahbaz, che si è speso per difendere i cristiani del suo Paese, lottando senza tregua contro la legge sulla blasfemia, che condanna chi viene accusato di offendere Maometto o il Corano. Shahbaz non ha mai negoziato la sua fede, anzi, l’ha sempre affermata pubblicamente, anche quando era ormai chiaro che la sua vita era in serio pericolo, a causa delle numerose minacce che quotidianamente riceveva. Non si è tirato indietro, e convinto della potenza della preghiera e dell’amore di Gesù per ogni uomo, ha continuato a spendersi, fino al dono estremo della sua vita.
Egli era anche un uomo semplice: faceva quotidianamente colazione con la madre Marta, donna di grande cuore, fede e coraggio ed è stata proprio questa sua bella abitudine che lo ha esposto al rischio  ancor più di quanto non lo fosse.
Shahbaz aveva più volte inviato il fratello Paul, medico residente per lunghi anni in Italia, a far ritorno in patria per lottare insieme, affermando che la via per il Paradiso passava proprio per l’inferno che era il loro Paese. Inizialmente titubante – voleva in realtà che tutta la sua famiglia abbandonasse il Pakistan – Paul non si è poi tirato indietro e, proprio in occasione dei funerali del fratello, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone (vi erano ben 5 km di fila per arrivare in Chiesa) ha intuito che la sua vocazione sarebbe stata proprio quella di proseguire la missione di Shahbaz. Oggi vede con gioia i numerosi frutti del lavoro di suo fratello – molte persone hanno affermato che l’incontro con Shahbaz ha cambiato loro la vita – e si spende senza tregua per intensificare il dialogo interreligioso, guidato dalla certezza della sua fede in Dio, che gli ha anche permesso di perdonare gli assassini di suo fratello, certo che chi ha commesso il reato non sapeva fino in fondo quello che faceva.
Grati per questo meraviglioso incontro, non possiamo non sottolineare che la vita di Shahbaz è stata un esempio lampante del fatto che senza Cristo non si può fare nulla e che, grazie al Suo amore, l’uomo può essere veramente uomo. Vogliamo riportare queste righe tratte dal suo testamento spirituale, poche parole che descrivono con forza quello in cui Shahbaz credeva e per cui ha donato la sua vita:

“Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte che mi considererei privilegiato qualora Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. […] Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come essere umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.

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